La collezione PAM _ eXclusive

La collezione – di Emiliano D’Angelo (critico d’arte)

La collezione Exclusive si è strutturata nel tempo come la “selezione di una selezione”: la scelta del nome non è stata casuale.

In origine, furono gli apporti provenienti dalle mostre più rappresentative che Paolo Feroce e il suo gruppo di arti visive “Area 51 andavano allestendo sul territorio campano nei primi anni 2000, come le due “Biennali delle Arti dell’Unità d’Italia” di Caserta e San Leucio, la mostra di Picasso e gli eventi dello spazio MAUI di Teano.

Poi è stata la volta del museo MAGMA di Roccamonfina, la cui storia decennale ha permesso di convogliare in un unico spazio permanente le opere di oltre quaranta artisti nazionali ed internazionali, selezionati con rigidi criteri di qualità e di rappresentatività, scelti tra i moltissimi che hanno preso parte nel tempo agli allestimenti temporanei ospitati dal Museo.

A quella direzione artistica ha fatto seguito la collaborazione esterna con la Onda Art Gallery di Sorrento e con la Fondazione Vila Rescalli – Villoresi di Busto Garolfo (MI).

Tutte queste esperienze, sommate tra di loro e distillate nel tempo, hanno dato luogo (sempre attraverso la donazione spontanea degli artisti, è bene sottolinearlo) al gotha collezionistico oggi destinato alle sale del museo PAM di Parete.

La collezione Exclusive può essere letta in senso diacronico e sincronico: adottando la prima modalità, è possibile distinguere all’interno del gruppo un nucleo di circa dieci artisti in una certa misura già storicizzati, tre dei quali non più in vita (Simon Benetton, Costalonga e Talani). In questo sottogruppo, i nomi più “consolidati” sono senza dubbio quelli dei tre citati con l’aggiunta di Jorrit Tornquist, di Tommaso Cascella e di Enrico Manera.

Leggendola in senso sincronico, la collezione evidenzia apparentamenti di stile, di vissuto artistico e di procedure creative abbastanza eterogenei, ma riconducibili essenzialmente a due macro-gruppi, sulla base della tradizionale (e forse un po’ superata) dicotomia “figurazione/astrazione”.

Nell’area aniconica (id est: non figurativa), è tuttavia evidente la cesura tra “lirici” e “costruttivi”: a un polo estremo si può collocare Diego Palasgo con il suo informale materico dal coté introspettivo, segnico ed espressivo; e Laura Venturi, con la sua astrazione eclettica, gioiosa e assertiva, ricca di tasselli cromatici giustapposti che evocano jazzisticamente l’idea del mosaico gotico, rivisitato però in chiave orfica e post-cubista.

Con l’argentino Ariel Soulè siamo nel territorio del surrealismo astratto di tradizione latinoamericana (Mariano Akerman, Sebastian Matta), arricchito dall’ incontro con la cultura figurativa del ‘900 italiano e catalano. Ancora lirico, ma calligrafico e minimale, è il linguaggio pittorico di Tommaso Cascella, ricco di suggestioni che attingono all’informale segnico, così come a Mirò e Osvaldo Licini. Quello che propone invece Mario Paschetta, con le sue concrezioni materiche aggettanti, policrome, è un crossover tra figurazione e astrazione, vere stratigrafie dell’anima che assumono la concretezza di paesaggi esteriori, fruibili tanto alla vista quanto al tatto di chi si accinge a esplorarli.

Tra i cultori della terza dimensione, Yumiko Kimura (con i suoi prismi luminosi che sfruttano la trasparenza dei cristalli modulari) e Simon Benetton (con le sue “arpedi luce” dall’esoscheletro in metallo) sono coloro che maggiormente si preoccupano di trascendere la nuda brutalità della materia, inseguendo una dimensione spirituale ed onirica che non sarebbe peregrino classificare come un’idea di “spazialismo lirico”.

Più eclettico e in connessione con il genius loci della sua terra (il Sannio matesino), Alessandro Parisi si misura sia con la pittura che con la scultura, imitando oggetti cultuali sciamanici o rielaborando la statuaria greca in chiave simbolica e metafisica.

Di matrice schiettamente costruttivista e analitica sono le opere di tutti gli scultori non ancora menzionati: mentre Jorrit Tornquist, legato alle esperienze storiche del movimento concretista e dell’optical art, si è imposto da decenni come uno dei massimi esperti internazionali di teoria del colore e sue applicazioni, tutti gli altri (Franco Costalonga, co-fondatore dello storico Gruppo N di Padova, Vincenzo Mascia, Franco Cortese) si possono raggruppare all’insegna dell’idea di “spazio analitico” concettualizzata da chi scrive in occasione di una collettiva organizzata a Sorrento nel 2015: il minimo comune denominatore fra i tre artisti è quello di tentare un revival del movimento dell’arte ottico-cinetica proiettandola in uno spazio tridimensionale inedito, arricchendola con crossover e contaminazioni che attingono da prassi e linguaggi eterogenei, non sempre riferibili ai dogmi fondativi dell’arte analitica.

Nella schiera dei figurativi, tutti dediti alla pittura, di forte impatto scenografico sono i dipinti su grande formato di Claudio Magrassi, Saturno Buttò e Aniello Scotto: i primi due, accomunati da un approccio dichiaratamente neo-caravaggesco all’impiego della luce, si arrischiano, rispettivamente, nei campi tematici del transumanesimo surrealista e dell’ erotismo estremo, sublimato però al punto da apparirci quasi ieratico e spiritualizzato; Scotto, invece, imbastisce un dialogo impossibile con le larve della memoria, rievocando con soffuse monocromie modulanti le impalpabili presenze di uomini e donne dell’antichità classica, filtrate dal prisma di una sensibilità schiettamente proustiana.

Carlo Cane dipinge con precisione maniacale, quasi fotografica, edifici babelici sospesi nel tempo e avulsi dallo spazio, a cavallo tra metafisica e distopia urbana, da leggere sottotraccia come correlativi oggettivi dello spaesamento dell’uomo contemporaneo nella sua ambigua condizione di “esule volontario” dallo stato di natura.

Con la stessa tecnica virtuosistica e iperrealista, Salvatore Alessi si concentra invece su figure umane calate in contesti sociali e privati di stretta attualità, impostando spesso prospettive ravvicinate e per ciò stesso stranianti, deformate, che tendono ad inglobare cannibalicamente la coscienza di chi le osserva.

Più sereni e assertivi sono i ritratti femminili di Ennio Montariello, fautore di una pittura tersa e luminosa di accentuata intensità lirica, dove l’elemento simbolico, comunque accennato, non appesantisce mai la lettura con orpelli concettuali troppo invasivi.

Con la sua pittura eclettica e vivace, proteiforme, Marco Napoletano si diverte a giocare con la tradizione e flirta, soprattutto, con le avanguardie storiche e con le trans-avanguardie di fine ‘900 (che già erano citazioniste per statuto costituivo), approdando ad una sorta di “iper-transavanguardia” colta e allusiva: la transavanguardia di una transavanguardia.

Non potevano mancare riferimenti alla stagione della pop-art romana degli anni ’60 e ’70, di cui Enrico Manera è stato uno dei protagonisti al fianco di Angeli, Festa, Schifano, Mambor, Fioroni, e di cui Lidia Bachis ha aggiornato i codici figurativi proiettandoli nel bazar multiculturale del nuovo millennio.

E’ presente infine, come accennato, un’opera donata di Giampaolo Talani, riferibile allo stile e al periodo delle celebri Partenze, con cui lo scomparso maestro livornese ha decorato la stazione di Santa Maria Novella a Firenze, avvicendandosi a distanza di molti decenni all’ispiratissimo Ottone Rosai dei Paesaggi toscani.

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